Robot che imparano dai video e cambiano batteria da soli …


Per decenni abbiamo immaginato il robot del futuro come una macchina sempre più forte, precisa e agile. Oggi, però, la trasformazione più importante non riguarda la capacità di correre, saltare o sollevare pesi.

Riguarda la capacità di diventare autonomi.

Due recenti sviluppi mostrano quanto velocemente stia cambiando la robotica. Da una parte troviamo DYNA-2, un modello addestrato anche attraverso enormi quantità di video di attività umane. Dall’altra Atlas, il robot umanoide di Boston Dynamics capace di sostituire autonomamente le proprie batterie.

Presi separatamente, possono sembrare due progressi tecnici molto diversi. Osservati insieme raccontano invece la stessa storia: stiamo rimuovendo, uno dopo l’altro, i principali vincoli che rendono ancora i robot dipendenti dall’uomo.

E allora la domanda diventa inevitabile: dove finiremo?

Uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo della robotica intelligente è sempre stato la scarsità di dati.

I modelli linguistici hanno potuto imparare da miliardi di pagine, libri, immagini e conversazioni disponibili online. Un robot deve apprendere qualcosa di molto più complesso: come muovere il proprio corpo e interagire con oggetti reali rispettando gravità, attrito, peso, resistenza e imprevisti.

Tradizionalmente, per insegnare a un robot una nuova attività era necessario raccogliere dimostrazioni specifiche. Un operatore controllava la macchina, eseguiva ripetutamente il compito e produceva i dati necessari all’addestramento.

Una procedura costosa, lenta e difficilmente scalabile.

DYNA Robotics sta cercando di superare questo limite con DYNA-2, il suo World Action Model. Secondo l’azienda, il sistema è stato addestrato su oltre un milione di ore di filmati di attività umane.

Il modello “pensa in video”: osserva ciò che sta accadendo, immagina come dovrebbe evolvere la scena e traduce questa previsione in un’azione fisica.

Un essere umano non ha bisogno di conoscere l’esatta forza applicata da ogni muscolo per capire come si piega un asciugamano. Gli basta osservare il movimento, comprenderne lo scopo e provare a riprodurlo.

I nuovi modelli robotici stanno iniziando a seguire un principio simile.

Non si tratta semplicemente di copiare un gesto. L’obiettivo è estrarre dai video una rappresentazione del mondo: comprendere quali oggetti possono essere afferrati, come si muovono, che cosa accade quando vengono spinti, piegati o impilati e quali azioni conducono al risultato desiderato.

È un passaggio decisivo. Internet non sarebbe più soltanto la biblioteca dell’intelligenza artificiale: potrebbe diventare anche la scuola professionale dei robot.

L’altra innovazione riguarda un problema molto più concreto: l’energia.

Secondo le specifiche pubblicate da Boston Dynamics, Atlas dispone di un’autonomia di circa quattro ore nell’utilizzo tipico, che può scendere durante le attività di sollevamento più impegnative.

Il dato più interessante, tuttavia, non è la durata della batteria.

È ciò che il robot fa quando l’energia sta per terminare.

Atlas può interrompere il compito, raggiungere autonomamente una stazione dedicata, sostituire le proprie batterie in meno di tre minuti e tornare al lavoro. Non deve attendere una lunga ricarica e non ha bisogno che una persona intervenga.

Può sembrare un semplice dettaglio ingegneristico, ma rappresenta qualcosa di più profondo: la rimozione di uno degli ultimi punti di dipendenza operativa dall’essere umano.

Una macchina che deve essere periodicamente assistita rimane legata ai turni, alla disponibilità e ai costi di chi la gestisce. Una macchina capace di ripristinare da sola la propria autonomia energetica può invece inserirsi in un ciclo produttivo continuo.

Atlas non nasce più soltanto come spettacolare prototipo da laboratorio. Boston Dynamics lo presenta come un robot industriale, capace di muoversi negli ambienti costruiti per gli esseri umani, manipolare materiali, integrarsi con i sistemi aziendali e lavorare con una supervisione ridotta.

Il cambio autonomo della batteria è quindi importante non perché sia scenografico, ma perché rende più credibile l’idea di una forza lavoro robotica attiva ventiquattr’ore su ventiquattro.

La rivoluzione non consiste in una singola invenzione. Nasce dalla convergenza di diverse tecnologie:

  • corpi robotici più robusti, mobili e capaci di manipolare oggetti;
  • modelli di intelligenza artificiale che comprendono istruzioni e situazioni;
  • apprendimento da video umani e simulazioni;
  • batterie sostituibili autonomamente;
  • condivisione delle competenze tra tutti i robot di una flotta;
  • integrazione con i sistemi informativi delle aziende.

Quando queste componenti vengono collegate, il risultato non è semplicemente un robot migliore.

È un nuovo tipo di lavoratore artificiale.

Se un robot impara un’attività in uno stabilimento e quella competenza può essere distribuita istantaneamente a centinaia di unità, l’apprendimento non rimane individuale. Diventa collettivo.

La stessa Boston Dynamics sottolinea che, quando un Atlas apprende una nuova abilità, il compito può essere distribuito all’intera flotta.

Un essere umano può insegnare qualcosa a un collega alla volta. Un robot può trasmettere ciò che ha imparato a centinaia di unità attraverso un aggiornamento software.

Questa è probabilmente la parte più dirompente del fenomeno: non soltanto la velocità con cui una macchina può apprendere, ma la velocità con cui quell’apprendimento può moltiplicarsi.

È improbabile che il primo grande impatto avvenga nelle abitazioni.

Una casa è un ambiente caotico, pieno di oggetti fragili, bambini, animali e situazioni difficili da prevedere. La tolleranza all’errore è inoltre molto bassa.

Fabbriche, magazzini, lavanderie industriali, strutture ricettive e centri logistici rappresentano ambienti più adatti. I compiti sono ripetitivi, misurabili e organizzati in processi relativamente definiti.

Non è un caso che DYNA Robotics presenti già applicazioni dedicate alla movimentazione dei materiali, alla lavorazione della biancheria, all’ospitalità e all’automazione industriale.

In questi contesti il valore economico è immediato:

  • continuità operativa;
  • riduzione degli errori;
  • disponibilità durante i turni meno desiderati;
  • automazione delle attività pericolose o usuranti;
  • maggiore flessibilità rispetto alle macchine industriali tradizionali.

Anche la forma umanoide può offrire un vantaggio pragmatico. Le nostre fabbriche, porte, scale, scaffalature e attrezzature sono state progettate per il corpo umano.

Un robot con dimensioni e capacità compatibili può operare negli spazi esistenti senza obbligare l’azienda a ricostruire completamente l’ambiente.

È importante distinguere tra una dimostrazione controllata e un impiego affidabile su larga scala.

Le capacità presentate dalle aziende non significano che i robot siano già pronti a gestire qualsiasi attività o imprevisto. Nel mondo fisico, un errore non produce soltanto una risposta sbagliata sullo schermo: può danneggiare un oggetto, fermare una linea produttiva o ferire una persona.

Restano aperte questioni decisive:

  • affidabilità durante migliaia di ore di lavoro;
  • sicurezza negli spazi condivisi con le persone;
  • costi di acquisto, manutenzione e assicurazione;
  • responsabilità in caso di incidente;
  • cybersicurezza;
  • protezione dei dati raccolti;
  • consumo energetico;
  • reale ritorno sull’investimento.

Le prestazioni dichiarate da DYNA Robotics e Boston Dynamics dovranno quindi essere verificate nel tempo, attraverso applicazioni indipendenti e impieghi prolungati sul campo.

L’accelerazione è reale, ma non ogni video promozionale rappresenta già un prodotto maturo.

La domanda più importante non è se i robot diventeranno più capaci. Questo sta già accadendo.

La domanda è come distribuiremo i benefici di questa capacità.

I robot possono eliminare attività pericolose, ripetitive e usuranti. Possono aiutare società che invecchiano, compensare la carenza di lavoratori in alcuni settori e rendere più produttive anche imprese relativamente piccole.

Ma possono anche concentrare ulteriormente ricchezza e potere, ridurre il valore contrattuale del lavoro umano e produrre una transizione troppo rapida per i nostri sistemi educativi e sociali.

Non possiamo limitarci a chiederci quali lavori scompariranno.

Dobbiamo domandarci:

  • chi possiederà i robot;
  • chi controllerà i dati con cui imparano;
  • chi beneficerà della produttività generata;
  • come verranno accompagnate le persone verso nuovi ruoli;
  • quali attività e responsabilità vorremo mantenere umane.

La storia della tecnologia non è una storia di destini inevitabili. È una storia di possibilità trasformate in conseguenze dalle scelte economiche, politiche e culturali.

Robot che osservano gli esseri umani per apprendere.

Robot che condividono le proprie competenze con un’intera flotta.

Robot che riconoscono di avere poca energia, si cambiano la batteria e tornano autonomamente al lavoro.

Considerate singolarmente, queste capacità possono sembrare semplici miglioramenti tecnici. Insieme descrivono la nascita di sistemi artificiali sempre meno dipendenti dall’assistenza continua dell’uomo.

Dove finiremo?

Probabilmente in un mondo nel quale l’intelligenza artificiale non vivrà soltanto nei nostri computer, ma camminerà nelle fabbriche, nei magazzini, negli ospedali e, più avanti, nelle nostre case.

La corsa è già iniziata.

Il vero rischio non è che i robot corrano troppo velocemente. È che la società inizi a pensare al traguardo quando loro saranno già arrivati.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *